Lug 29, 2017 | The Blog
June 1990, the 1932-built Wairakei II leaves Dover headed to Dunkirk for the 50th anniversary of the WWII event.
The movie Dunkirk opened last week and instantly became a box office hit.
It’s by no means the first movie dedicated to the British Expeditionary Force’s evacuation from Northern France in June 1940 but it’s certainly the most colossal ever made.
I actually have a personal connection with Dunkirk and it’s through a boat.
When I lived in the UK at the end of the Eighties, I bought an old 52-foot motoryacht—the Wairakei II—that had taken part in the Dunkirk epic.
The Scottish-built Wairakei II was in sound shape but needed tons of cosmetic work. Among the horrors perpetrated on such a classic yacht was a stainless-steel bow pulpit, which replaced the original cast-iron anchor davit that some previous owner had simply scrapped. Likewise, the two dinghy davits were gone and, in lieu of the required mahogany dinghy, there was a sorry, half-deflated, sun-bleached rubber boat lying on deck.
I scoured the boat-breaker yards in Portsmouth until I found an anchor davit and two dinghy davits that would fit and looked like the originals. I also bought a 1940s mahogany dinghy to carry on deck.
It took me six months to bring the boat back to her original splendor, six months of scraping, buffing, lacquering and repainting. At the time, I hadn’t realized what I was getting into and what it would eventually cost, but it’s been an exciting project even though it nearly bankrupted me.
My self-inflicted ordeal ended in early June 1990, when the Wairakei II—together with 70-odd boats that had also taken part in the evacuation—sailed back across the English Channel for the fiftieth anniversary of the historic event.
On the day of the crossing, the weather was fine but the sea pretty choppy. Many of the old boats had trouble managing an average speed of 5 knots and the Royal Navy had one heck of a time escorting us across one of the world’s busiest shipping lanes. “Like walking a bunch of pedestrians across the M25”, said a Navy officer.
It took us the best part of the day to cover less than 50 nautical miles and the had already set when we entered the lock leading to the Dunkirk inner harbor. Hundreds of people lined the quays in the blustery evening and there were even Breton bagpipes welcoming us in.
A year later, I moved to Brussels and took the Wairakei II with me and moored her at the BRYC (Brussels Royal Yacht Club). In 1992, when I moved back to Italy, I sailed the boat through the Belgian and French canal network to the Mediterranean.
I can actually boast having sailed a boat to elevation 1300 feet, which is the highest altitude reachable through the lock system of the French Canal de l’Est. (The photo on the left shows my children, Rob and Laura, on the Wairakei II’s flying bridge in Weybridge, Surrey.)
I eventually entered the Mediterranean at Le Grau du Roi, in the Camargue and it was a warm summer day when the Wairakei II become acquainted with real waves once again.
Back to Dunkirk, the movie.
I hoped for a moment my old boat (which I eventually sold in 1993) would be featured in the film, but they apparently picked another yacht (they christened it Moonstone in the movie), which in real life is the Revlis. Curiosly, the real 1939-built Revlis did not take part in the Dunkirk evacuation but came from the same Scottish boatyard that built my old Wairakei II, James A. Silver of Rosneath.
The last time I walked on the Wairakei II‘s deck was in 1993, when I showed her to a young British shipwright who eventually bought her. But I’ve never stopped loving that majestic old lady and the very mention of the name ‘Dunkirk’ still sets my heart aflutter.
Giu 30, 2017 | The Blog
Ecco tre nuovi bizzarri termini inglesi divenuti popolari nel corso della campagna per il referendum Brexit e durante l’ultima campagna presidenziale USA.
Woke, Post-Truth, Nothingburger
Tra l’altro, i primi due termini sono appena stati aggiunti all’Oxford English Dictionary (OED) e fanno quindi ufficialmente parte della lingua inglese.
Woke è usato da qualche decennio come aggettivo e significa “consapevole” e “ben informato” in senso strettamente politico. Grammaticalmente parlando, tuttavia, woke è un mostro, trattandosi di una forma verbale (past tense di to wake) e non di un aggettivo o un nome. Il termine è salito vertiginosamente di popolarità sulle bocche dei militanti della sinistra in tempi recenti, assumendo connotazioni più restrittive: essere woke vuole dire essere vigile di fronte a fenomeni di ingiustizia sociale e razzismo.
Curiosamente, woke è stato adottato dal movimento radicale Black Lives Matter, accusato a sua volta di razzismo per aver respinto il concetto di All Lives Matter e per altre prese di posizione integraliste e scarsamente democratiche.
Altro neologismo entrato honoris causa nell’Oxford English Dictionary è post-truth, addirittura con il titolo di Parola dell’Anno 2016.
Il prefisso post in post-truth denota ‘l’appartenenza a un periodo in cui il concetto che lo segue è diventato trascurabile o irrilevante’. Qui il significato di post è quindi più vicino a “oltre” che a “dopo”.
Presente con notevole frequenza nell’espressione “post-truth politics”, la locuzione indica delle posizioni politiche più fondate sull’emotività e sulle convinzioni personali che su basi di comprovata veridicità. Nelle parole di un giornalista britannico “la verità si è svalutata a un punto tale che ciò che rappresentava il termine di paragone, la parità aurea, nel dibattito politico è una valuta ormai priva di valore.”
E per chiudere, vi propongo l’espressione nothingburger. Letteralmente un hamburger di niente, questo slang significa qualcosa come aria fritta, una montatura priva di fondamento, tanto rumore per nulla oppure niente di niente.
Nothingburger non è propriamente un termine nuovo (c’è infatti chi lo fa risalire agli anni ’50) ma sta vivendo una nuova giovinezza nell’infuocato clima politico americano. Nel giro di pochi giorni l’ha pronunciato Van Jones, un commentatore politico della CNN, riferendosi alle isteriche accuse di collusione con la Russia mosse a Trump del partito democratico in assenza di qualsivoglia prova (un caso di post-truth politics?) Secondo Jones, che non è certo un sostenitore del presidente, si tratterebbe di una colossale montatura politico-giornalistica.
Altro utilizzatore di nothingburger è la ex-rivale di Trump, Hillary Clinton. Negli ultimi 7 mesi, la Clinton ha raccolto una dozzina di motivi alla base della sua sconfitta elettorale (ignorando quello più probabile—la pochezza della sua stessa candidatura—che a tutti gli altri è ben chiaro da tempo). Parlando appunto delle cause della sua sconfitta, Hillary Clinton ha definito nothingburger lo scandalo delle e-mail (decine di migliaia di messaggi) inviate tramite il suo server clandestino.
Se sia stato veramente tanto rumore per nulla, lo scopriremo nei prossimi mesi.
Mag 7, 2017 | The Blog
Chi ha seguito le elezioni presidenziali USA (e i primi 100 giorni dell’Amministrazione Trump) sui media americani avrà incontrato una serie di curiosi termini che proverò ad approfondire in questo post.
Deplorables
E’ un epiteto che Hillary Clinton ha rivolto all’elettorato del suo rivale prima del voto e che le è costato caro ai seggi. La frase incriminata diceva testualmente “you could put half of Trump’s supporters into what I call the basket of deplorables.”
Una curiosità: il candidato francese alla presidenza, Emmanuel Macron, ha rivolto simili insulti ai sostenitori della rivale Marine Le Pen. E’ sempre rischioso demonizzare l’altra parte quando c’è un’alta percentuale di elettori indecisi che, scioccati dalla virulenza dell’attacco, voteranno per la parte offesa. Ed è sempre un errore chiamare troglodita, nazista, vigliacco, infame chi non la pensa come te. Oggi i francesi eleggono il loro nuovo presidente. Chissà se Macron—che guarda alla Clinton come modello ed è stato apertamente sostenuto da Obama—pagherà pegno per le sue incaute affermazioni.
Inevitable
La traduzione del termine non presenta difficoltà. Secondo la stragrande maggioranza dei giornalisti e dei commentatori politici (oltre chiaramente ai sostenitori della Clinton), l’elezione di quest’ultima era inevitabile. Dopo aver quasi unanimemente sostenuto Obama nel 2008 e nel 2012, il Quarto Potere era convinto di essere riuscito a eleggere la Clinton. La bruciante sconfitta in dirittura d’arrivo ha prodotto o esasperato I tre fenomeni che seguono, dei quali buona parte della stampa occidentale mostra chiaramente i sintomi.
Fake News
In italiano sono le false notizie o—più colloquialmente—le bufale. I mezzi di comunicazione di massa e la blogosfera sono esplosi con una ridda di notizie non verificate, ma tutte votate a gettare discredito sulla Presidenza Trump, i suoi collaboratori, la sua famiglia e le persone da lui nominate alle maggiori cariche dello stato. Legami con la Russia, collegamenti con l’estremismo di destra, razzismo, antisemitismo, apologia del nazismo, scandali di ogni genere messi in circolazione da fonti non attendibili sono stati immediatamente ripresi dai media e messi in prima pagina. All’osservatore attento non sarà sfuggito il contrasto con il muro di stampa eretto dai media a protezione di Obama durante le sue due campagne presidenziali. Le stesse fonti che hanno chiuso un occhio sui trascorsi poco chiari del candidato Obama (molti dei documenti relativi alla sua carriera scolastica e accademica sono tuttora sotto sigillo) continuano a rovistare nel passato di Trump con la certezza di trovare (o di potersi inventare) qualcosa. Tutto questo mentre persistono forti dubbi sull’autenticità del certificato di nascita di Barack Hussein Obama, per il quale la stampa americana ha sempre mostrato un interesse molto inferiore rispetto alle dichiarazioni dei redditi di Trump.
Triggered
Un termine molto diffuso che definisce chiunque sia travolto da forti emozioni negative a seguito di un evento, una notizia o un’affermazione che non corrispondono alle sue idee o aspettative. I conduttori della maggior parte dei notiziari TV e siti online americani (ma ce n’è anche da noi e in Europa in generale) sono decisamente triggered, anche se buona parte del pubblico è interessata alla notizia e non alla reazione emotiva dei cronisti. Ma non solo la stampa è sotto shock per l’elezione di un candidato diverso, anche la quasi totalità della cosiddetta “creative community” mondiale (attori, musicisti, intellettuali) è triggered.
Non c’è un attore di serie A—ma anche e specialmente un attore fallito—che non cerchi i suoi 5 minuti di rinnovata notorietà sputando volgarità e accuse nei confronti dell’Amministrazione Trump. La questione, ovviamente, non è farsi andare a genio Donald Trump (a me, per esempio, Trump non piace—ma certamente la Clinton mi piaceva ancora di meno). Qui si tratta di rispettare il risultato delle elezioni e di utilizzare i mezzi che un sistema democratico offre per esprimere il proprio dissenso. L’insulto gratuito al presidente o ai suoi elettori può anche costare caro. Chiedetelo a Hillary.
Snowflake
Qualcuno ricorderà le scene di costernazione nel campo Clinton (v. foto del titolo) quando, malgrado i sondaggi favorevoli, la candidata dei Dems ha perso le elezioni. L’incredulità ha ceduto ben presto il posto al rifiuto della realtà.
Anche qui, studenti, intellettuali, attori, politici e altri poco avvezzi a gestire le contrarietà della vita hanno messo in mostra i tratti classici del fiocco di neve: fragilità e unicità. Piuttosto che affrontare la sconfitta come fa chi ne ha subite altre sul campo di battaglia della vita, hanno scelto di sentirsi offesi a titolo personale nella loro individualità di esseri umani chiaramente superiori ai Neanderthal che hanno vinto.
Inoltre, la vulnerabilità del fiocco di neve li ha portati a cercare conforto in una varietà di occupazioni, dai canti corali alla creazione di oggetti in plastilina fino alle manifestazioni di piazza in un non meglio definito movimento di “resistenza”.
Il termine snowflake (anche usato nella locuzione precious snowflake) non è esclusivo delle elezioni 2016 ma era già in uso da qualche anno per definire quei bambini viziati e coccolati dai genitori al punto di essere impreparati ad affrontare la vita in maniera efficace e indipendente, Il problema, secondo alcuni ricercatori, assume perfino connotazioni generazionali e non è, purtroppo, limitato all’America ma è ben noto anche da noi. A testimoniare la progressiva convergenza comportamentale in un mondo altamente globalizzato, anche nel nostro paese esistono segmenti della popolazione che accoppiano la fragilità e unicità dei fiocchi di neve con la risultante pretesa di un trattamento preferenziale. E’ questo crescente senso di entitlement che rende il fenomeno particolarmente preoccupante.
Apr 17, 2017 | The Blog
Dopo il fallito lancio del suo ultimo missile balistico, il “crazy fat kid” *mantiene un profilo basso. Parlo, ovviamente, del demente tiranno coreano Kim Jong-un e della serie di problemi di immagine che sta attraversando.
Il primo si è verificato il 15 Aprile 2017.
Con la parata militare del Giorno del Sole, il 105° anniversario della nascita del nonno Kim Il-Sung, il trentatreenne despota aveva voluto lanciare un messaggio di sfida al mondo, ma specialmente agli Stati Uniti, che sotto la presidenza di Donald Trump lo stanno marcando stretto—e non solo su Twitter.
Sabato 15, davanti alla telecamera della BBC, l’inviato a Pyongyang John Sudworth inneggiava enfatico allo “spettacolo straordinario” della potenza militare del Nord Corea, mentre sfilava dietro di lui una fila di camion carichi di missili. Alcuni di questi ordigni avevano però un’apparenza finta, alcuni mostravano addirittura delle ogive fuori asse col resto del missile.
Mentre il cronista inglese ancora blaterava estasiato, nel giro di pochi minuti si scatenava sul Web un putiferio di battute, che non devono essere sfuggite all’attenzione dei gerarchi coreani. Già da anni, nelle parate militari nordcoreane erano stati notati missili posticci il cui solo scopo era tranquillizzare le masse della solidità del regime e mostrae ai nemici un sapiente uso della cartapesta..
Il giorno dopo,16 Aprile 2017, mentre una squadra navale americana comprendente la portaerei nucleare Carl Vinson si dirigeva verso la penisola coreana, il giovane demente Kim dava l’ordine di lanciare un missile balistico dalla cittadina costiera di Sinpo. L’evento era ampiamente atteso ma non sortiva l’effetto voluto.
Il missile esplodeva in aria pochi attimi dopo il lancio; un’altra figuraccia per il giovane e obeso despota, che contava invece di mandare un messaggio forte.
A peggiorare la situazione, ha iniziato a serpeggiare in rete una voce per cui gli Stati Uniti sarebbero in grado di sabotare i lanci esercitando “interferenza digitale” con i sistemi usati dal Nord Corea. In altre parole, hacker governativi sarebbero capaci di far esplodere in volo i missili coreani. Già nel 2014 Obama aveva dato il via a un programma segreto per sabotare i lanci del regime nord-coreano. Non è del tutto escluso, quindi, che l’insuccesso di Sinpo sia dovuto alle contromisure elettroniche USA.
Intanto, Kim Jong-un è sparito. Forse è impegnato a far giustiziare i militari che gli hanno causato il recente doppio imbarazzo, forse si sta solo ubriacando come si dice ami fare.
Con un po’ di pazienza, al perdurare degli insuccessi della macchina militare di questo poverissimo paese, le truppe di Pyongyang, decimate dal loro stesso despota, si arrenderanno in massa alla Corea del Sud.
*crazy fat kid è il nomignolo affibbiato di recente a Kim Jong-un dal senatore americano John McCain
Apr 2, 2017 | The Blog
Sono cresciuto con i western classici, i primi ancora in bianco e nero. I miei eroi erano John Wayne, Gary Cooper, Randolph Scott e altri divi dell’epoca.
Quando nei primi anni 60 arrivò Clint Eastwood con Per un Pugno di Dollari (diretto da Sergio Leone, che si era ribattezzato John Robertson, mentre il cattivo Gian Maria Volonté era diventato Johnny Wels) fu uno shock.
Il western classico, popolato da figure interamente buone o interamente negative, fu affiancato da un universo parallelo dove i buoni non erano del tutto tali e i cattivi erano, almeno in parte, figure intriganti (pensate a Henry Fonda—Frank—in C’era una volta il West o lo stesso Lee Van Cleef nella parte di Sentenza.)
Avrei sempre voluto vedere John Wayne e Clint Eastwood insieme in un epico e colossale western, con una colonna sonora del grande Ennio Morricone, ma l’occasione non c’è mai stata. John Wayne è morto nel 1979, mentre Clint Eastwood (più giovane di 23 anni) aveva temporaneamente messo da parte i western.
Solo qualche giorno fa, però, mi sono accorto che un intraprendente utente di YouTube ha creato nel 2015 un finto western, dal titolo di Rio Diablo, nel quale ha tirato dentro una manciata di classici eroi di questo genere (c’è perfino Sean Connery) con il supporto di una più che adeguata colonna sonora, che ricorre anche al meglio del maestro Morricone.
Non vi chiedo di prenderlo sul serio, ma spero che ne apprezzerete l’intento, come ho fatto io.
In fondo, chi ama i western chiede solo di essere preso in giro con stile ed eleganza.