Farewell to Hong Kong

Farewell to Hong Kong

I reminisce about my time in Hong Kong with the heartache you associate with losing a friend.

After years of frequent stays, my trips to this bewitching place came to an end with my retirement.

If that were not reason enough for a hefty dose of melancholy, the current state of affairs in HK warrants immense sadness.

In 1997, when the UK handed over its former colony to China, many feared this would be the end of Hong Kong as they knew and loved it. Now, as the 23rd anniversary of the island’s return to Chinese rule approaches, it’s become all too obvious that Beijing has lastly dropped its tolerant mask and the one-country, two-systems sham has been finally exposed for what it is.

Back before the handover, Beijing had pledged to give Hong Kong 50 years of a “high-degree of autonomy”, but clearly never meant to deliver on its promise.

Indeed, July 1 in Hong Kong has long been associated with protests against the heavy hand of Beijing since that fateful raising of the CCP flag at midnight on June 30, 1997.

This time, however, the Hong Kongers’ worst fears have become reality and a Tiananmen-style crackdown on the inevitable demonstrations looks frighteningly real.

I may never return to Hong Kong—and if I ever do, I’m not sure how different it will be.

My heart goes out to its people on this first of July, 2020.

 

Il bianco che si odia

Il bianco che si odia

Dopo la Unilever, anche L’Oréal si è affrettata a rinominare tutti I suoi prodotti che nella loro descrizione contengono la parola “whitening”, cioè sbiancante.

Questo, secondo loro, servirebbe a testimoniare la presa di distanza delle aziende dal razzismo e dai fenomeni di discriminazione.

In realtà quanto sopra non è che l’ennesima dimostrazione dell’ipocrisia dei grandi marchi, che mirano solo a non essere gli ultimi nella corsa al “virtue signaling”, che è il propagare un’immagine virtuosa e aliena da qualunque forma di discriminazione. Quanto sopra, beninteso, solo a parole e sui social media.

Ma così facendo queste aziende dimostrano solo la loro profonda superficialità e idiozia. Che cosa c’è di razzista nel desiderare una dentatura bianca e splendente o una pelle più chiara?

L’idea di fondo è quella di mostrarsi più socialmente “impegnati” della concorrenza. Se non riesci a far crescere il valore del marchio per la qualità del prodotto, devi scimmiottare l’ideologia progressista, non importa quanto stupida.

Ma qualcuno ha chiesto a un focus group di non bianchi se un dentifricio che promette denti candidi li offende davvero?

E cosa fare con i detersivi? Anche qui, seguendo il ragionamento di cui sopra, il rischio è grosso.

Vogliamo bandire le lenzuola o le T-shirt bianche a favore di biancheria nelle tonalità di marrone?

Ma non rischiamo così di offendere la sensibilità di coloro la cui pelle non è marrone? Siamo poi sicuri che africani, indiani e cinesi detestino il colore bianco? Non è per caso un po’ troppo semplicistico?

A mio avviso, questa corsa alla auto-demonizzazione della razza bianca e la frenesia con cui una minoranza di idioti foraggiati da interessi politico-economici si è votata alla distruzione delle statue e dei monumenti del passato e di tutto ciò che è “bianco” è profondamente—sì, è il momento di dirlo—razzista. Perché dico razzista? Perché questo approccio è un insulto nei confronti delle alre razze.

Sono veramente così stupidi i non bianchi da sentirsi emancipati e appagati se si tirano giù le statue dei navigatori europei del passato o se il dentifricio non sbianca più i denti? Non credo proprio.

Non a caso, due terzi dei partecipanti alle manifestazioni di protesta e all’abbattimento delle statue in USA erano bianchi, come sono sicuramente quei dirigenti di Unilever e L’Oréal che hanno fatto la loro patetica pensata. Bianchi che odiano sé stessi e che credono, così facendo, di essere utili a qualcuno.

The new proxemics

The new proxemics

Illustration from “The Hidden Dimension” by Edward T. Hall © 1966, 1982 Anchor Books Editions

Proxemics, as one definition goes, is the study of spatial distances between individuals in different cultures and situations.

Students of cultural anthropology and non-verbal communication will recall the foundational contribution made by Edward T. Hall in this area, in particular by his book The Hidden Dimension (1966), which deals with the “language of space” in different cultures.

Hall posited that there is a direct correlation between social standings and physical distances between people.

He went on to divide the distance we keep from other individuals into 4 zones, namely Public Space (roughly 4 to 8 meters), Social Space (1.5 to 4 meters), Personal Space (0.5 to 1.5 meters) , and finally Intimate Space (from physical contact to 0.5 meters). These zones serve as a mere indication as they are affected by cultural codes and other factors.

It’s a known fact that gender, status, ethnicity, and social situation will influence distances in each zone.

But all that was settled science until the Spring of 2020.

The Covid-19 pandemic has now redrawn our social boundaries. Possibly for the first time in history, our spaces have been redrafted by legislators and are enforced by law.

Entering an office-building elevator, boarding a subway train, stopping for a chat with a neighbor while walking our dog used to be actions governed by what Hall called our “distance regulators.”
Now there’s a new, added factor that falls under the heading of safety.

How safe do I feel by standing here?

This pandemic will eventually fade away but our new proxemics is likely to stay on.

Improvise, Adapt, Overcome!

Improvise, Adapt, Overcome!

Improvvisare, Adattarsi e Prevalere.

Non è farina del mio sacco, è il motto dei Marines americani.

Quanti di noi avevano fatto altri piani per la Primavera 2020? Direi tutti, senza paura di sbagliarmi.

Quanti di noi hanno reagito alla catastrofe umana ed economica del Covid-19?
Direi molti, ma non so azzardare una percentuale.
Ci sono anche quelli che si sono rassegnati, hanno staccato la spina della loro attività e stanno aspettando tempi migliori per vedere se riescono a ripartire.
Qualcuno scoprirà che darsi da fare dopo la sirena del cessato allarme è troppo tardi.

Chi prevale sulle avversità è chi si è adattato e ha saputo improvvisare.

Vi racconto una storia di questi giorni come me l’ha riferita un amico. Niente nomi, per ovvi motivi, ma la storia è autentica al 100%.

Durante il lockdown, il mio amico ha avuto tutto il tempo per dedicarsi a un progetto che aveva in mente da tempo: cambiare macchina. Ha iniziato a sfogliare i siti dedicati al commercio di auto e dopo poco ha identificato una rosa di vetture che rispondevano alle sue esigenze. Il mio amico cercava:

  • Un modello particolare di automobile
  • Voleva pagarla una cifra ragionevole
  • Aveva un’auto di soli tre anni da dare in permuta
  • Non voleva spingersi a più di 300 km dalla sua residenza

Dai primi contatti con i rivenditori di auto selezionati è emerso che:

  • L’auto pubblicizzata non era più disponibile, ma ce n’era un’altra simile—ovviamente più cara
  • L’auto che lui voleva dare in permuta era valutata una miseria, rendendo fallimentare l’operazione
  • Nella migliore delle ipotesi, dopo una piacevole conversazione con il venditore, ci si dava appuntamento a fine emergenza
  • Qualcuno non rispondeva nemmeno alla richiesta di contatto

Finché non è arrivata la risposta di un autosalone situato a 30 minuti di distanza. Dopo uno scambio iniziale di informazioni, il venditore ha offerto al mio amico la possibilità di visionare e provare su strada la vettura in vendita.

“Ma come facciamo? Io non posso uscire di casa e voi nemmeno…” ha detto il mio amico perplesso.

Improvise, Adapt, Overcome

Il venditore ha affittato per un paio d’ore un carro attrezzi e ci ha caricato la vettura in vendita. E’ poi andato all’indirizzo del mio amico, gli ha fatto provare l’auto nelle strade circostanti e ha anche avuto modo di visionare l’auto data in permuta.
Nessun vigile fermerà un camion del soccorso stradale con una vettura sul pianale. E’ qui che risiede la genialità dell’idea.
In un’ora l’affare è stato fatto, gli accordi sono stati presi. La transazione si è conclusa secondo la virtuosa formula del Win-Win.
Malgrado abbia accusato un notevole calo dell’attività di compravendita, questo autosalone non ha mai smesso di lavorare dall’inizio dell’emergenza.

Meditate, gente, meditate…

 

 

Lezioni di un black swan event

Lezioni di un black swan event

Un black swan event è per definizione un avvenimento raro, difficile da prevedere e di enorme impatto.

Le reazioni di individui, organizzazioni e governi davanti al verificarsi di tali accadimenti sono le più svariate.

Si va dalla paralisi alla negazione o anche alla reazione impulsiva e grossolana—quella che l’inglese chiama knee-jerk reaction.

Lo stiamo osservando e vivendo in questi giorni, un mese dopo che l’avanzata del Covid-19 ci ha colti di sorpresa e costretti a un’azione di retroguardia sgangherata e piena di contraddizioni.

Da cittadini assistiamo all’autorità mentre ricorre al suo strumento di default: il controllo. Ma ben venga un’azione di controllo mirata e intelligente, non lo scomposto accanimento legislativo che, con dieci decimi di vista a tunnel, lascia delle falle macroscopiche.

Ecco quindi che, mentre i residenti di un numero di province del Nord e del Centro Italia si accingono per la prima volta a compilare un’autocertificazione che l’indomani permetterà loro di spostarsi sul territorio, una folla disperata prende d’assalto l’Intercity delle 23.20 che lascia Milano – Porta Garibaldi diretto a sud, trasportando con sé un potenziale carico di portatori di virus. Stessa scena in Stazione Centrale.
E’ la notte del 7 Marzo 2020.

E il 24 Marzo, due settimane dopo il ‘treno della vergogna’, il sindaco di Messina blocca finalmente l’entrata in porto ai traghetti provenienti dalla Calabria, che ancora riversano passeggeri sull’isola, molti dei quali non autorizzati a spostarsi e potenziali portatori di contagio. Ma chiudere la stalla adesso serve a ben poco.

Contemporaneamente, 1250 km più a nord, mi accosta un’auto dei Carabinieri mentre porto a passeggio i miei due cani. Con estrema cortesia, il Carabiniere mi ricorda che quanto sopra mi è permesso entro un raggio di 200 metri dalla mia abitazione (qui siamo a circa 300 metri di distanza) e mi augura buona giornata mentre riparte.

Non è chiaro in base a quale calcolo il legislatore abbia stabilito questa distanza. Né è chiaro perché il sindaco di un altro comune italiano (8.000 abitanti) abbia deciso di fissare il limite in 150 metri e non 200. E chissà quanti altri sindaci avranno preferito 300 metri—o perché no, anche 225.

Si può credere in un provvedimento di cui non è chiara—né è stata mai spiegata—la logica?

E ancora, perché è stato proibito di andare a correre da soli? Quanto è realistico temere che un centinaio di subdoli runner corrano tutti verso la stessa destinazione per prendersi gioco dell’autorità organizzando una flash mob?

E’ la paranoia del legislatore impotente o una misura efficace per evitare assembramenti?

Io ritengo che qualunque individuo maturo e responsabile sia disposto a rinunciare a parte delle sue libertà personali per il bene comune (il suo compreso) in momenti come questo. Ma è davanti alle regole miopi e bizantine che ti prende lo sconforto; inevitabile quindi la domanda: “Ma in che mani siamo?”

Come per tutti i black swan event (Chernobyl, la caduta del Muro di Berlino, l’11 Settembre 2001), anche gli effetti di questa attuale congiuntura andranno a esaurirsi e torneremo a quella che chiamiamo normalità più saggi ma anche più provati.

Quasi tutti i governi, in questa pandemia, hanno mostrato le loro carenze—a partire da quello cinese.

E noi, come individui, che cosa abbiamo imparato? E, in particolare, quali sono i takeaway che ne possiamo trarre e riversare sulla nostra attività o su quella delle aziende nostre clienti?

Trasferendo il mio attuale vissuto di cittadino sul cliente, lo stakeholder, o il passeggero e mettendomi al loro posto, mi sorgono spontanee le seguenti considerazioni, che giro volentieri alle aziende e organizzazioni con le quali collaboro:

  • Le regole ci sono per un buon motivo, ma funzionano bene solo se vengono spiegate chiaramente.
    Esprimerle nel mio linguaggio aziendale è sbagliato. Devo trovare un linguaggio condiviso con il mio cliente e accertarmi che sia compreso. Fondamentale è il rispetto per il cliente, che è un fattore basilare affinché il cliente, a sua volta, rispetti le regole.
  • Se non c’è un buon motivo alla base di una regola, questa va eliminata.
    Un istituto finanziario americano, la TD Bank, ha perfino istituzionalizzato l’esame critico da parte dei suoi collaboratori di quelle procedure che si siano rivelate controproducenti. Tramite il programma Kill a Stupid Rule”, l’azienda premia con $50 i dipendenti che identificano una regola che rischia di provocare inutilmente l’insoddisfazione dei clienti.
  • Guardiamo dall’alto alla nostra relazione con il cliente senza fissarci sulle minuzie. Serviamoci di questa helicopter view per avere una vista d’insieme del rapporto, con tutte le sue potenziali criticità e touch point Formuliamo scenari futuri—favorevoli e non—e le relative strategie da adottare. L’importante è individuare le azioni immediate da prendere senza scivolare negli aziendalismi ma calandoci piuttosto nei panni del cliente. Che cosa si aspetta da noi in un frangente come questo?
    Non perdiamo tempo a lucidare gli ottoni del Titanic se l’impatto con l’iceberg è inevitabile. Corriamo a calare le scialuppe di salvataggio.

Se da una parte gli amministratori della cosa pubblica non sembrano mostrare particolare interesse a stabilire un rapporto onesto e collaborativo con il cittadino—che è pur tuttavia il loro datore di lavoro—noi che curiamo il rapporto con il cliente non possiamo permetterci mancanze di questo genere.

Una relazione di lungo termine con il cliente ci permetterà di massimizzare il customer lifetime value (CLTV) ma sempre e soltanto se è salvaguardata la qualità della customer experience.

Questa, a sua volta, viene inevitabilmente compromessa quando diamo per scontata la fedeltà del cliente o, peggio ancora, ne insultiamo l’intelligenza.

Between a rock and a hard place

Between a rock and a hard place

Cartoon by Pat Cross 2020

After Super Tuesday, the US Democrats find themselves between a rock and a hard place.

Yielding to heavy pressure from the Democratic National Committee (DNC), presidential candidates Pete Buttigieg and Amy Klobuchar dropped out of the race the day before Super Tuesday—the day in which fourteen states held their primaries—and both expressed their support for former VP Joe Biden.

The race for the Dem nomination is now on between Biden and Bernie Sanders, the self-styled Democratic Socialist who’s not even a member of the Dem party. It’s a race between a far-left candidate and a left-of-center candidate. The latter. Joe Biden, shares the same ideological lane with Michael “Mini Mike” Bloomberg and could benefit from Bloomberg’s decision to call it a day.

But “Mini Mike” is not quite ready to give in, after spending over half a billion dollars in a campaign that has so far failed to propel him to the pole position. His dismal results on Super Tuesday may convince him that it’s time to stop throwing good money after bad and step aside. The decision may even come today.

Assuming that Elizabeth Warren, who’s staying in the race, is actually going nowhere, the Dems are left with Biden and Sanders. Neither candidate appears capable of defeating Donald Trump.

Sanders enjoys wide grassroots support in many states but is generally viewed as alien to America’s core values. In a debate, Trump would quickly expose him as a communist throwback pushing crackpot idealistic plans he can’t finance. It wouldn’t end well for Bernie, but at least he would be the nominee and get a chance to cross swords with Trump, after getting unfairly sidelined in 2016.

Biden’s another story. He’s a ‘moderate’ whose platform better resonates with millions of Americans. Unfortunately, he appears to be losing his mind and carries a lot of damning baggage (his dealings with Ukraine for starters). Trump would not hesitate to bring it all up in a debate and turn the event into a public execution.

If the DNC denies Bernie Sanders his nomination in spite of his final delegate count, there is a danger of many of his supporters casting a protest vote in Trump’s favor—which would clearly work against Biden.

If Bernie Sanders beats Biden and earns his nomination without the Dems resorting to dirty tricks to stop him, he will still get trounced by the incumbent President.

This is the Democrats’ dilemma and it’s hard to see a positive outcome for them.