Big Brother communication

Big Brother communication

The only communication totalitarian states are capable of is nothing but oafish propaganda, devoid as it is of any attempt at refinement or subtlety.
It’s like knocking on a door with a 50-ton tank, if you’ll forgive the all-too-current imagery.
I’m of course talking about Russia and China, strange bedfellows who share a common political DNA. The former was borne out of the ashes of the Soviet Union, which in turn was created by a bloody revolution a century ago. The latter is the end product of the Chinese civil war in the 1940s, which produced the People’s Republic of China (PRC).
For 50 years, the USSR and the PRC shared the same emblem, the hammer and sickle on a red background. With the collapse of the USSR in 1991, the workers’ symbology was shelved but remained deeply ingrained in a part of the Russian population.
Today, China engages in genocide and denies it. It develops a killer virus but gaslights the whole world by pushing improbable theories as to its origins. For a while, the CCP (China’s Communist Party) blamed the US Army, then it was Italy’s turn. The latest iteration of China’s lame disinformation campaign cottoned on to reports of deer-to-human transmission in North America.
All these crackpot theories were enthusiastically pushed by an army of brain-dead “influencers” who spewed out the party line verbatim (both on the Uyghur genocide and the Wuhan virus) on their web channels. Sadly, some of these wu-mao shills are western people who happily peddle the CCP’s disinformation du jour for a handful of yuan.
As for Russia, Vladimir Putin—the current Czar—can count on a massive propaganda machine made of news agencies and newspapers which are only too happy to propagate Putin’s drivel. It’s a known fact that investigative journalists and those who don’t toe the party line in Russia often meet with unfortunate and fatal accidents.
A few days before the invasion of Ukraine, a government-run outlet called RIA Novosti ran a piece by court jester Petr Akopov under the heading The Advance of Russia and the New World. In his swollen prose, Akopov referred to the implosion of the USSR as a “tragedy” and went on to say,

“Russia is restoring its unity – the tragedy of 1991, this terrible catastrophe of our history, its unnatural dislocation, has been overcome.”

This is rather at odds with Putin’s own contention that his foray into Ukraine was just a “special military operation.”
At any rate, when someone at RIA realized that the war in Ukraine was far from over, the story was deleted.

But whatever trash China or Russia run on the web, it lasts forever.

 

 

 

Depressione da stampa

Depressione da stampa

Non sono mai stato un lettore assiduo dei quotidiani, eccetto quando il mio lavoro lo richiedeva.
Se il tuo compito è informare la stampa, sei comunque costretto a monitorare le varie testate per verificare gli esiti del tuo lavoro. Impari anche presto che ai giornalisti importano poco i fatti, ma la categoria tutta non sa resistere alla tentazione di viaggiare gratis e ricevere un trattamento da VIP.

Oggi non ho più motivo di scorrere i giornali, ma mi informo esclusivamente online. Niente telegiornali, niente organi di stampa più o meno pilotati da interessi di parte e infestati da redazionali indegni.
Se voglio veramente farmi del male, vado sui siti delle agenzie di stampa (ANSA, AGI e compagnia).

Queste organizzazioni diffondono le notizie che vengono poi raccolte e pubblicate dai giornali minori, quelli che non dispongono di una rete di corrispondenti sul territorio.

In realtà, anche le cosiddette agenzie di stampa trasmettono un “semilavorato” che non sempre nasce dalle sue redazioni locali. Per motivi di costi, molte notizie (specialmente quelle dall’estero) sono pure e semplici traduzioni—spesso fatte coi piedi—di articoli pubblicati da giornali ed emittenti internazionali.
E’ quindi chiaro che, se la notizia proviene, per esempio, da The Guardian (UK) o The Washington Post o CNN (US), essa ha già subito un trattamento preventivo di parte che la rende piuttosto un’opinione.

Una menzione disonorevole in questo deprimente panorama merita la versione online de Il Giornale, una testata che nei decenni è caduta molto in basso, ma con la sua edizione virtuale, è sprofondata ancora più giù.

Perché i giornalisti quelli bravi costano, Ilgiornale.it ne conta veramente pochi. Il resto sono dei dilettanti allo sbaraglio che hanno serie difficoltà con l’italiano e accettano di essere foraggiati a noccioline pur di accumulare firme per poter un giorno raggiungere lo status eccelso di “giornalista professionista”.

Il risultato finale è un sito farcito di vaccate e di errori di battitura e i cui titoli, tradizionalmente imposti da un “titolista” cerebroleso, sono ignobilmente gonfiati per attirare i “click”. Il compianto Indro Montanelli, che fondò il Giornale nel 1974 e lo diresse per venti anni, si sarebbe tolto la vita a metà lettura.

Assurti alla gloria della pubblicazione online (“Guarda mamma, sono sul Web”) i redattori de ilgiornale.it oggi accompagnano i loro “pezzi” con delle brevi biografie, che denotano chiaramente la loro pochezza.

Ne riporto alcuni stralci, omettendo pietosamente i nomi dei colpevoli.

  • Catanese, vivo tra Catania e Roma. (Un autentico emulo di Jack Kerouac e del suo On the Road.)
  • Nato a Chieti, fieramente abruzzese nel sangue e nei fatti. (Un vero Braveheart adriatico)
  • Tifoso del Milan dalla nascita. (In un giornalista questo è un tratto fondamentale)
  • Nata a Napoli nel 1985 e cresciuta a Portici. (10 km fanno qualche differenza?)
  • Sono nata a Roma, ma vivo a Latina. (dagli Appennini alle Ande? Non proprio…)
  • Sono nato nell’ormai lontano 2 aprile del 1981. (Ma l’età non sempre porta saggezza…)
  • Sardo, profondamente innamorato della mia terra. (Commovente, ma al lettore che gliene frega?)
  • Nel corso degli anni ho accumulato una notevole esperienza nel settore della comunicazione, del marketing e dell’editoria.
    (..ma scarsa dimestichezza con l’italiano.) A lui si deve questa chicca nell’edizione di oggi:

Sembrerebbe che l’innesco che ha dato origine alle fiamme era in uno dei garage del traghetto.

Su queste sconfortanti note, passo e chiudo.

Let’s Go, Brandon

Let’s Go, Brandon

Coloro i quali si affacciano ogni tanto su siti Internet americani avranno forse letto uno slogan che li avrà lasciati perplessi: “Let’s Go Brandon!”, che tradotto liberamente non vuol dire altro che “Forza, Brandon!.”

Niente di più facile però che, una volta tradotto il titolo, la perplessità rimanga. Che vuol dire questo slogan in un contesto politico?

In teoria, niente. Ma in pratica è diventato l’inno di battaglia di chi è contro Joe Biden e la sua amministrazione.

Partiamo dalla genesi di “Let’s Go Brandon.”

LGB nasce dal goffo e squallido tentativo di un’inviata dell’emittente televisiva NBC di travisare il significato (inequivocabile) di un coro proveniente dal pubblico di una corsa automobilistica che urlava “Fuck Joe Biden” (vi risparmio la traduzione).

Ecco i fatti: il 2 Ottobre scorso, un giovane pilota del NASCAR, Brandon Brown, vince una gara a Talladega e viene intervistato a fine corsa dalla reporter Kelli Stavast. La cretina, giornalista convinta del suo ruolo chiave nel negare l’evidenza dei fatti e sostenere la linea politica della sua emittente, cercava di far credere che la folla dicesse “Let’s Go Brandon” invece di “Fuck Joe Biden” (1:05 nel video). Un chiaro esempio di gaslighting, per dirla in gergo politico americano.

Il tentativo fallisce miseramente e, come la proverbiale palla di neve che rotola dalla cima di un monte, LGB diventa un’inarrestabile valanga. In meno di due mesi è diventato l’urlo di guerra non solo di quelli che detestano Joe Biden, ma anche di tanti altri uniti da un meme goliardico che trascende la politica.

Già circolano T-shirt, berretti, bandiere e perfino mascherine con lo slogan che tanto preoccupa la Casa Bianca. Pochi giorni fa, un deputato repubblicano indossava in aula a Washington una mascherina con scritto appunto: “Let’s Go Brandon.” Un altro chiudeva un suo intervento in seduta pubblica declamando la stessa frase.

Il momento è poco propizio per Sleepy Joe, perché sfortuna vuole che quest’urlo coincida con il rapido crollo nella sua popolarità. Se i Repubblicani avessero voluto creare intenzionalmente questo fenomeno, avrebbero dovuto spendere milioni di dollari e rischiare comunque l’insuccesso, mentre invece LGB è nato spontaneamente e da un’emittente pro-Biden, il che rende la faccenda ancora più ironica. Per non parlare delle iniziali LGB, che appartengono storicamente a tutt’altro movimento.

Questo è un interessante commento sul fenomeno da parte di Mike Rowe. Secondo il noto conduttore televisivo, LGB è un moto popolare contro la stampa e i politici quando essi pretendono di negare l’evidenza di quanto avviene sotto gli occhi della popolazione sostenendo che la realtà sia un’altra. “Non puoi dire alla gente che la frontiera [col Messico] è sicura quando le immagini mostrate [dalla TV] rivelano decine di migliaia di persone che si riversano oltre il confine.” dice Rowe, sostenendo inoltre che LGB non è una posizione di parte, bensì una protesta collettiva contro chi vuole imporre la sua narrazione negando ciò che la gente vede chiaramente.

Le anatre e la serenità

Le anatre e la serenità

A un minuto da casa mia si trova un parco pubblico che, specialmente in autunno e inverno, è poco frequentato e rappresenta per me una meta quotidiana nelle mie passeggiate con i cani.

Il parco è abbastanza ben tenuto e, pur ammontando a poco più di qualche ettaro, offre un paesaggio vario e interessante, con un paio di collinette alberate, un’ampia zona naturalistica e due stagni comunicanti su cui si affacciano dei salici lussureggianti.

Gli stagni sono abitati da colonie di anatre, una ventina di tartarughe e un airone cenerino.

L’airone si pianta sulle sponde di uno dei due laghetti e, imperscrutabile e statuario, passa le ore a sorvegliare l’ambiente che lo circonda. Le anatre solcano silenziose gli stagni per poi radunarsi sulle rive e sostare nell’erba.

All’apparire di umani (specialmente se accompagnati da cani) esse scivolano in acqua per mettere qualche metro di distanza tra loro e i visitatori. Non si sa mai.

Sono certo che anche l’airone le innervosisce un po’: un’anatra adulta è una preda difficile, ma i suoi piccoli no.

Col bel tempo, le tartarughe prendono il sole sul ciglio dell’acqua. Anche loro, in presenza di intrusi, si lasciano cadere nello stagno per poi riaffiorare con la sola testa e, a mo’ di periscopio, controllare quanto avviene tutto intorno.

La fauna del parco comprende anche delle grosse carpe (che a volte si intravedono mentre traversano lo specchio d’acqua), dei conigli e degli scoiattoli, che trovano rifugio nei cespugli appena qualcuno si avvicina.

I ritmi di questo piccolo habitat sono regolati dall’alternarsi di giorno e notte, dalle stagioni e, in ultima analisi, dalle abitudini primordiali delle varie specie che lo popolano. A meno di dieci chilometri dal centro di Milano, un microcosmo verde vive nella più assoluta tranquillità, avendo ormai archiviato i rumori del traffico, gli aerei che sorvolano il parco (ad alta quota i jet, a 200 metri i “paperozzi” dell’aeroclub di Bresso) e il baccano degli elicotteri.

Ogni volta che osservo la colonia di anatre, le sue abitudini e i suoi comportamenti di gruppo, provo un profondo senso di serenità, come se questi innocui animali me lo trasmettessero per osmosi.

Anche i miei cani, di solito pronti a puntare qualunque animale si trovino davanti, hanno imparato a ignorare le anatre e l’airone e si limitano a marcare il territorio, per loro un comportamento d’obbligo, al quale però anatre & c. sembrano del tutto indifferenti.

Un marchio da dimenticare

Un marchio da dimenticare

In questi giorni va all’asta il marchio Alitalia. Prezzo base 290 milioni di Euro.

Ma sono impazziti?

Il marchio Alitalia è un marchio da dimenticare, è il simbolo di una “bad company” che per troppi decenni ha fornito un servizio scadente a un costo enorme per le tasche dei contribuenti.

E’ il simbolo della letale miscela di cattiva gestione manageriale e sindacalismo miope che l’hanno resa ingovernabile e inguaribile.

Non so se nessuno vorrà mai contaminarsi con quel marchio, ma certamente non a quel prezzo.

E’ anzi probabile che l’asta vada deserta, perché solo attraverso le lenti appannate di un burocrate di stato si può pensare che il marchio in questione valga ancora qualcosa.

Chi comprerebbe il marchio Eternit, quello della defunta azienda che produceva coperture in fibrocemento contenenti amianto?

E intanto i sindacati cercano di traghettare il loro humus ideale di corruzione e incapacità nella nuova compagnia, Ita, nonostante l’Europa abbia dato l’assenso alla sua creazione a condizione di assicurarne la discontinuità con la bad company.

Ita ha già poche possibilità di sopravvivere e crescere nell’attuale contesto, ma non ne avrà nessuna se il sindacalismo d’assalto la spunta. Quei dipendenti Alitalia che dovranno restarsene a casa hanno avuto anni di tempo e generosi “scivoli” per trovarsi altre occupazioni o andare in pensione. Se ne facciano una ragione.

Detto sinceramente, chi è rimasto in Alitalia non è il tipo di collaboratore di cui una start-up come Ita ha bisogno e il contribuente è stanco di finanziare degli incapaci..

Ho lavorato in Alitalia per due anni, dal 1982 al 1984, e ho rapidamente concluso che quell’azienda di scansafatiche, raccomandati e intoccabili politici non era il mio futuro. Sono fuggito alla prima occasione e mi sono redento con una carriera commerciale durata 25 anni.

Ita parte male (non le potevano trovare un nome meno stupido?) ma ha diritto a partire da zero senza alcun handicap.

Non si compete nei cento metri stile libero con un sacco di cemento appeso al collo.

UPDATE del 5 Ottobre 2021.

L’asta è stata un flop. Chi l’avrebbe mai detto?

Customer Service Woes

Customer Service Woes

My son runs a food-service firm in Kent, UK. He texted me earlier this week seeking my assistance on an apparently minor problem.

One of his Italian-made food-processing machines broke down and he promptly identified which component needed replacing. It’s something slightly more complicated than a stainless-steel bolt, but without a suitable replacement part, his machine can’t run.

The UK distributor told him a spare part can be made available in six-weeks’ time. That’s a long time, if your ability to serve your customers is impaired.

My son wondered if I could help him, seeing as I’m based in Italy. (I know, thinking you can solve problems with a phone call is old-economy, but old habits die hard.)

I called P.F., the Italian firm whose name appears on the equipment, quoted the serial number of the machine and the part number of the broken bolt.

The customer service woman I spoke with warned me that they don’t normally deal with end users, except through their distributors. I explained to her this was an urgent matter because my son does not have a duplicate machine of this kind he can use in the interim.

She asked me to write her an e-mail with all the relevant information, which I did the moment I closed the call.

Nothing happened for 3 days.

This morning I called her number again, only to find out she was not at work. It transpired she had her Covid-19 shot yesterday and today she runs a slight fever. Hence, no work. Also, this evening her firm will effectively shut down for two weeks due to the traditional August vacation period.

Her colleague was kind enough to access the e-mail I had sent containing all the necessary details. She ran a quick search and reported to me the machine is actually produced by a third firm, P.G., and she gave me a number to call.

In parting, I asked her why her coworker had not seen fit to respond to my mail with the same information, but predictably she couldn’t/wouldn’t say.

The next person I spoke with was a customer service employee at P.G., the company that makes the damn equipment.

Once I explained my son’s predicament, she told me she did not really understand why P.F. (the firm that sells their machines) had referred me to her, since P.F. are supposedly in charge of selling spare parts as well. Not unlike the machines, spares are manufactured by P.G. but distributed by P.F.

I told her I had a hunch why. The August vacation clock was ticking and nobody could be bothered to address a customer issue. Even answering my mail proved too heavy a burden.

The customer service employee at P.G. suggested that, at the end of the day, going through the UK distributor was the wisest course of action.

I told her that it was a sad state of affairs when the buyer of an EU-made machine enjoys the same level of after-sales support he would get from a Chinese manufacturer, but after possibly spending three times as much for the equipment. Yet, this lady had at least sounded kind and understanding—and she hadn’t asked me to write her an e-mail that she could promptly delete.

Everybody offers outstanding customer support on their website, and you can access it through e-mail, an old-fashioned phone, or even via chat. But flashy, eye-catching websites are comparatively cheap to produce.

Good customer service is expensive: it takes the launching of top-down policies that affect all levels in the organization, good training, and an equally good follow-on by line management.

Everything else is window dressing, by which I mean a bunch of BS.