The Big Lie

The Big Lie

I have been on LinkedIn for well over 10 years and read my fair share of profiles—hundreds if not thousands of them.

Most of them have one thing in common, they’re one-dimensional. They all try to portray the poster as a dedicated worker bee that revels in endless toil and whose sole form of satisfaction lies in delivering the goods.

But are we sure this is what our prospective employer—or the current one, for that matter—is looking for?
Is this how we really see ourselves?

We go out of our way to describe ourselves as relentless, passionate, and dedicated until we’ve squeezed the Thesaurus dry thinking we have done a good job of boosting our employability with ten-dollar words. But have we really?

We “like” and repost highbrow articles in the hope of sharing in the reflected glory of the original post. (Some people even plagiarize entire articles that they pass off as their own seeking to pump up their personal brand. Ha, good luck with that!)

But is that enough?

Don’t we also have a more lighthearted, playful side of ourselves that we’d like to share? In other words, do we have a sense of humor, a streak of self-irony or eccentricity that will appeal to others—possibly even more than our reposting someone else’s erudite pieces?

This is the Big Lie that no one buys.

Are we truly one-dimensional robots who try too hard to get with the program and push the established narrative?

Are we nothing but unsmiling drones who memorize their lines and spout them off at the drop of a hat to secure a job interview or a promotion?

I interviewed well over a thousand people in a previous life and I remember clearly how desperately I was searching for a glimmer of humanity, a twinkle of wit in my candidates—most of the time, for naught.

I try to infuse a tiny bit of irony in my LinkedIn articles and reveal aspects of my personal life that will complete my profile without overshadowing, or interfering with, my professional achievements. For example, the fact that I’m an avid motorcycle rider, or that I enjoy tasting local wines wherever I travel.

The funny thing is, I do it out of habit. I’m emphatically not looking for a job—I haven’t been for the past ten years, since I started working for myself.

 

 

 

Squola di giornalismo

Squola di giornalismo

Il titolo, si sa, è la parte più importante dell’articolo.
Serve a riassumere il contenuto e ad attirare l’attenzione del potenziale lettore.
Nell’era in cui i ‘click’ contano, il ruolo del titolo è fondamentale.

Evidentemente, il titolista dell’ANSA ha bigiato la lezione sui titoli alla squola di giornalismo che ha frequentato. O magari è consanguineo di un potente (politico, prete, faccendiere) ed è arrivato a scrivere titoli (male) senza passare dal VIA.

Vi propongo un paio di esempi rivelatori, Il primo è un titolo particolarmente stupido.

Non c’è bisogno di essere vincitori del Pulitzer per capire che sarebbe bastato scrivere “Fermato il marito della donna uccisa a Milano” per produrre un titolo dignitoso e chiaro.

(E magari anche un ritocco alla frase ‘”è stata trovata con alcune coltellate” ci sarebbe voluto.). Bastava aggiungere uccisa.

Ma non finisce qui.

Il dramma interno dell’incapace si rivela nel corso di due edizioni successive dell’ANSA, in cui il titolo della notizia passata inizialmente suonava strano.

Chiaramente questo titolo presenta dei problemi. Siamo al cospetto di un cosiddetto ‘participio sconnesso’.
“Colpito da cassonetto” non ha alcun legame con il soggetto della frase (“il minore”).
Dal titolo si capisce che, dopo essere stato colpito da un cassonetto, un minore è stato accusato di tentato omicidio.
Direi che ci sono tutti gli ingredienti per una giornata nera.

La realtà—come avrete capito—è un’altra.

Il titolista dell’ANSA, terminata la pulizia delle unghie e completata l’esplorazione delle narici con un dito, si rende conto di aver sbagliato qualcosa nel titolo.
Complimenti! Meglio tardi che mai.

Oppure è stato redarguito dal commissario politico di turno che lo informa che il titolo va riscritto perché poco chiaro. (Propendo per questa versione).

Untuoso con i potenti, il titolista si accinge a riscrivere il titolo per un ‘update’ della notizia qualche ora dopo.
Ed è qui, signore e signori, che la brillantezza di questa agenzia scalcinata viene fuori con prepotenza.
Il nuovo titolo aggiunge uno sviluppo alla vicenda ma non risolve il problema di fondo.

Ecco qui che il participio sconnesso rimane, ma spunta il fatto nuovo della confessione.

Il lettore attento al rispetto dei diritti umani e convinto della presunta innocenza di chiunque fino a dimostrazione della sua colpevolezza potrà a buon diritto domandarsi se la confessione del
diciassettenne sia avvenuta a seguito di inaudita violenza.
Colpire un sospettato con un cassonetto non è notoriamente una tecnica di interrogatorio consentita.

Neuromarketing “fai da te”

Neuromarketing “fai da te”

Quanto il linguaggio influenzi il pensiero è stato per decenni oggetto di teorie contrastanti (p.es. la cosiddetta Ipotesi di Sapir-Whorf poi contraddetta dalla Grammatica Universale di Chomsky) ma non ho intenzione di discuterne alcuna. Scendendo dai massimi sistemi alla realtà quotidiana, vorrei però brevemente ricordare che il nostro linguaggio non può non avere effetto sul pensiero di chi ci ascolta. E nel contempo rivelare la nostra opinione personale.

In mesi recenti si sono svolte davanti ai nostri occhi le vicende della nave Sea Watch 3, del panfilo Alex e di Open Arms nelle acque prospicienti l’isola di Lampedusa. La stampa non ha mai mancato di fornire aggiornamenti e approfondimenti su queste storie, ma lo ha fatto in maniera confusa, sensazionalista e/o di parte.

Non intendo prendere posizione in un verso o nell’altro—e non perché non abbia una mia chiara visione—ma perché, proprio in virtù dell’effetto che le parole hanno sul pensiero, non mi pongo l’obiettivo di convincere nessuno.

Quello che farò è riproporre delle frasi più volte udite in questi giorni e invitare chi mi legge a riflettere se queste frasi (apparentemente neutre e innocue) non tendano già a colorare quanto si dice e conseguentemente a sposare e sostenere una particolare narrazione.

Partiamo.

  • Nave umanitaria oppure Nave di ONG?
  • Rifugiato oppure Migrante economico?
  • Profugo oppure Naufrago (specialmente se la prova di un avvenuto naufragio non c’è)?
  • Migranti trasbordati oppure Migranti salvati?

Buona riflessione.

A giant leap for mankind

A giant leap for mankind

E’ pressoché obbligatorio, a cinquant’anni di distanza dall’evento, fare un breve accenno a quella notte di Luglio quando l’uomo pose per la prima volta piede sul suolo lunare.

Come è tradizione per ogni momento epocale, si cerca di ricordare dove si era in quel momento.

Io ero a Rimini e tornavo a piedi dal centro cittadino alla casa dove alloggiavamo per un breve periodo di vacanza. Era disceso il buio e la strada era illuminata dai cerchi di luce proiettati dai lampioni, mentre alzando lo sguardo alle finestre delle case, si vedevano i riflessi di decine di schermi televisivi sintonizzati sulla diretta Rai e si sentiva distintamente la voce dei cronisti da decine di finestre aperte. Entro pochi minuti, avrei raggiunto la mia destinazione e mi sarei seduto davanti al televisore anche io.

In studio, quello che oggi chiameremo l’anchorman Tito Stagno, con i suoi occhiali a fondo di bottiglia, battibeccava col corrispondente a Houston, Ruggero Orlando, sull’attimo preciso in cui il LEM aveva toccato la superficie lunare. E nel tentativo di creare un maggior impatto emotivo, si incartava nel declinare gli orari locali dello storico momento. Sono le 22:17 in Italia, sono le 15:17 a Houston, sono le 14:17 a New York.” E’ alquanto improbabile, infatti, che l’ora di New York (fuso orario Eastern) possa essere indietro rispetto a quella di Houston (fuso orario Central). Per la cronaca, oggi come 50 anni fa, a Luglio le 22:17 italiane corrispondono alle 16:17 a New York.

Intanto, l’astronauta Armstrong discendeva la scaletta e sondava l’appoggio al suolo col suo piede sinistro.

Mentre l’inviato Rai in USA, Ruggero Orlando, discuteva con Tito Stagno le immagini (oggi di qualità inaccettabile, ma allora quasi miracolose), si compiva quel celebre primo passo sulla Luna che Neil Armstrong commentò dal vivo con la celebre frase “That’s one small step for (a) man, one giant leap for mankind.”

La presenza o meno dell’articolo indeterminativo “a” prima della parola “man” diverrà oggetto di discussione per anni.

Ma la contesa incentrata su questo dettaglio sparisce se paragonata alla teoria del cosiddetto “complotto lunare”. Secondo i suoi sostenitori lo sbarco sulla Luna non sarebbe mai avvenuto e la ripresa diretta (quella cui abbiamo assistito in milioni nel 1969) sarebbe stata in realtà girata dal registra Stanley Kubrick.

Nonostante nel corso degli anni siano state fornite prove inconfutabili che il “primo passo” di Armstrong sia veramente avvenuto sul suolo lunare e non in uno studio cinematografico in California, ogni tanto salta ancora fuori qualcuno che, col sorrisetto di chi ne sa una più di te, ripropone la teoria del complotto lunare. Uno dei più recenti è addirittura il Sottosegretario agli Interni, un apparatchik di pura fede grillina.

E non serve a questo punto aggiungere altro.

 

Che direbbe un marziano?

Che direbbe un marziano?

Due brevi considerazioni non di parte sul voto del 26 Aprile 2019.

Un marziano appena sbarcato in Italia e messo davanti ai risultati delle elezioni europee 2014-2019 vedrebbe che il PD è crollato dal 40% al 22%, il Movimento 5S è sceso dal 21% di cinque anni fa al 17% e la Lega è passata dal 6% al 34%.

Lo stesso marziano osserverebbe anche che il partito di Salvini ha raccolto il doppio dei consensi di quello di Di Maio e noterebbe a margine che Forza Italia di Berlusconi si è dimezzata.

Potremo quindi capire la sua perplessità di fronte a due affermazioni molto simili da parte di Zingaretti del PD (“Abbiamo frenato l’avanzata dei populisti”) e Berlusconi di FI (“siamo rimasti un argine contro i sovranisti”). 

Il visitatore interstellare potrebbe inoltre osservare che i due partiti in questione, nelle europee del 2014, avevano collettivamente incassato oltre il 57% dei voti, mentre oggi superano insieme appena il 31%. E se il nostro amico extraterrestre visitasse il sito del Corriere della Sera, potrebbe visionare il grafico che illustra la differenza tra i risultati delle europee 2014 e quelle 2019 passando per le politiche del 2018, dove il rosso indica la predominanza del PD, il verde quella della Lega e il giallo quella del M5S.

I termini “freno” e “argine” del PD e di FI la dicono lunga, anche a un extraterrestre. Sono immagini negative che non riescono a ingannare nemmeno un marziano sprovveduto.

Al PD restano l’ultima roccaforte della Toscana e una crescita di quasi 4 punti sul risultato delle ultime politiche. A Forza Italia, che non raggiunge il 10%, resta ancora di meno.

Eppure il segretario del PD Nicola Zingaretti è riuscito a dire in conferenza stampa che il suo partito, grazie ad una crescita del 3,9% “omogenea” in tutta Italia, “è dopo la Lega il partito che cresce di più “.

Zingaretti avrà dormito poco la notte delle elezioni, pensa il marziano con una calcolatrice alla mano. Quale crescita omogenea? In 5 anni, dalle europee del 2014 a oggi, il PD ha perso quasi la metà dei voti.
Rispetto alle politiche del 2018, il PD ha registrato una debole crescita ma resiste solo in una regione, mentre perde roccaforti simboliche come l’Umbria, i capisaldi emblematici di Riace e Lampedusa, per non parlare della “Stalingrado d’Italia”, il comune di Sesto S. Giovanni nell’hinterland milanese, che è diventato leghista.

Il marziano ora comincia ad accusare un forte mal di testa e non gli si può dare torto. Il contorsionismo verbale degli sconfitti della politica fa lo stesso effetto ai terrestri.

Management by Accessories

Management by Accessories

When I started to climb the corporate ladder all those years ago, I did not pay much attention to the accessories that my superiors carried because I mainly focused on their attitude—and my way of dealing with it.

It’s perfectly understandable that, when you can only manage up and not down, a dispassionate analysis of your boss’s accoutrements is an exercise you have no time to engage in. My number one priority at that time was to identify the boss’s character traits and come up with survival strategies that would work.

Having said that, I was fortunate enough to have had a couple of great bosses whose attitudes and styles I thought were the gold standard. So I readily absorbed them and later used them to great advantage when my turn came to be in charge. (Still, having had just two or three good bosses in nearly 40 years is kind of depressing.)

Now, on the sort of objective reflection you can only embark on when you’re no longer in the race, I’m reminiscing about the trappings and paraphernalia that managers used to display in their daily exercise of authority.

I’m not going to mention the ubiquitous writing instruments by Montblanc, nor will I touch upon the subject of sartorial choices. The latter is just not my thing and these days, when I occasionally glimpse at the neckties hanging in my closet, I feel an immense wave of relief knowing I don’t have to wear one.

Today I want to talk about briefcases and assorted receptacles for documents and personal items.

At the outset of my career, in the early 70’s, the attaché case was an unmistakable clue to an individual’s upward mobility. Only a successful person would bring work home or head to the airport on some all-important assignment.

In those days, the briefcase of choice would probably be a Samsonite, with a light aluminum frame and polycarbonate sides. Toting a leather briefcase, however, would signal an even higher station in life (or at least, higher aspirations).

An overnight case was somewhat thicker and implied a hotel stay somewhere, and clearly augmented one’s perceived relevance. Interestingly enough, this item has not entirely gone out of style. In fact, you can score a delightful one by Mark Cross for the paltry sum of €1920,00.

Over the years, the attaché case became less angular and stiff, and firmly espoused leather as its favorite material. If you still carried a hard plastic case in the Eighties, you probably came from beyond the Iron Curtain—or so people thought.

An Italian manufacturer, The Bridge of Florence, came up with a handsome brown leather briefcase, which sold like hot cakes and was promptly dubbed “the architect’s case” because of two leather straps on the front. They could be used to secure rolled-up drawings (or, more likely, a collapsible umbrella). Having reached the heady heights of middle management, I thought I owed myself one, even though I’m no architect and do not even own any umbrellas, collapsible or otherwise.

I must have used that briefcase no more than half a dozen times and then relegated it to a dry corner of my cellar. In fact, you can have it if you want. I saw an excellent one for sale on eBay at less than €100,00, so my request will be more than reasonable.

Things get hazy from here on down. I still seem to recall the transition from the classic leather briefcases to messenger bags, but I was completely taken aback when—a mere eight years ago—a young CEO I was meeting for the first time showed up carrying a backpack. And he wasn’t going hiking, either.

Considering that this younger gent and I were supposed to work together on a 12-month project, I felt I had to assimilate. So I went and got myself a trendy backpack.

I bought a ridiculously expensive Piquadro leather backpack, which has served me well for the past years and still looks terrific. Some slight scuff marks on an otherwise immaculate item make it more lived-in and unique.

But here I’m reminded of a great quote from one of my few good bosses. It was 1985 and we were discussing the ultimate symbol of success.

“A platinum credit card”—I ventured, but he shook his head no. He then chuckled and said, ““Actually, it’s no credit card at all. Meaning that your expenses are taken care of by someone else.

He had a point.

So, in conclusion, you know you’ve made it to the top when you no longer need a laptop compartment in your backpack because you’re no longer schlepping a laptop wherever you go. You actually don’t even need the stupid backpack—just carry all your data in a thumb drive. Someone else will provide the hardware when you reach your destination.

A smartphone and a toothbrush will handle the rest.